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Saturday, March 14, 2026

Maria Antonietta & Colombre a Sanremo: l’intervista


SANREMO. Maria Antonietta e Colombre si chiamano Letizia e Giovanni, hanno poco meno e poco più di quarant’anni, sono appassionati lei di icone sacre (alcune le ha tatuate addosso) e lui di Dino Buzzati, scrittore (Colombre è un suo racconto), vengono dalle Marche, stanno insieme da quindici anni, ogni tanto scrivono, suonano, arrangiano insieme canzoni, o dischi interi.

Nell’ultimo, Luna di Miele, c’è la canzone (La felicità e basta) di Sanremo più in controtendenza di tutte, maliziosa, rockabilly, fluida, lieve, la sola capace di ambire a sollevarci più che a farci piangere o ridere o strippare, parla di felicità come «qualcosa da prendere e afferrare, un incontro e non un percorso verso un premio da guadagnarsi», dicono alla Stampa poche ore prima di salire sul palco dell’Ariston, per la prima volta insieme, lei con le stesse margherite ricamate sulle maniche che indossò Nada, quando debuttò al competition nel 1969, e lui con il volto di Buzzati disegnato sulla maglietta da Davide Toffolo. Quasi tutti gli altri parlano di legami indissolubili e persecutori, o di costruzioni, programmi, fatiche da consacrare a Dio, patria e famiglia, e loro, invece, parlano di prenderla come viene, la vita, prenderla come va, di fare una rapina, di smetterla di complicare il pane, smetterla di obbligarsi a credere fermamente nelle cose, e perseguirle e lottare e calcolare e sacrificare. Basta meno, si deve imparare a fare con meno, con niente.

Tengono molto ai simboli, MA e C. Cercano l’immediatezza, l’estasi e la tempo. Lei ha un cane che abbaia come suoneria del telefono, cube che decomprime l’ansia.


Quando siamo felici?

Maria Antonietta: «Quando riusciamo advert assomigliare a noi stessi: esserlo credo sia impossibile, perché cambiamo continuamente».

Colombre: «Ed è la ragione per cui la felicità è legata alla curiosità. Più abbiamo voglia di andare a scoprire e metterci in gioco, più è facile che la incontriamo. Restare fermi significa rinsecchirsi, ingrigire, invecchiare. Invece, andare incontro alla vita ci fa sempre scoprire qualcosa che ci rende nuovi, e quindi debuttanti, e può succedere sia a tre anni che a novanta. Noi a Sanremo siamo debuttanti, perché non avevamo mai fatto una cosa come questa, ma quando abbiamo scritto la canzone, e il verso che la apre – È più facile perdonarci, se tieni a mente siamo tutti debuttanti – non sapevamo che ci saremmo venuti all’Ariston a suonarla».

E cosa sapevate?

C: «Niente. Eravamo al karaoke di un nostro amico, è partita Messy di Lola Younger e ci ha colpiti, si è accesa una scintilla, a casa l’abbiamo trasformata in accordi, che sono diventati una melodia e poi una canzone. Gli arrangiamenti e certi pizzichi in alcuni punti sono merito di Francesco Catitti, in arte Katoo, cui ci siamo affidati per la produzione, trovandoci magnificamente, sebbene fosse la prima volta e lui arrivasse dal pop puro, che è diverso dal nostro mondo, per quanto io non creda nelle definizioni: la musica è liquida, attraversa le persone».

Però venite da un mondo, come tutti: quale?

MC: «Il cantautorato indipendente».

Esiste ancora?

C: «Esiste ancora perché ha dato molto alla musica italiana: noi, come altri che ancora suonano e producono, siamo cresciuti in quella scena, e se non avessimo suonato per anni in postacci terribili, non avremmo imparato niente di quello che oggi ci permette di essere due musicisti autonomi e capaci di farsi contaminare senza perdersi, di uscire dai propri sentieri senza snaturarsi, anzi».

Ha ancora senso dire “musica indipendente”, oggi?

C:«Temo che sia stata un po’ troppo svilita. Per noi, più che un genere, un’etichetta, è da sempre e sempre sarà un modo di lavorare: il nostro. Senza imposizioni. Quello che noto in molti artisti più giovani è, invece, il desiderio di avere alle spalle qualcuno che li indirizzi, che curi la loro immagine, la loro comunicazione, che gli impedisca di sbagliare. Noi, invece, i guai e gli errori ce li siamo sempre andati a cercare, perché non solo ti irrobustiscono, ma ti danno anche freschezza. Una delle persone che più mi hanno segnato, Fred dei Father Murphy, che conobbi a un competition indie dove si sentivano cose miracolose, il Tago Mago, mi disse: Vai sempre dritto. Aveva ragione, mi ha segnato».

Chi ha segnato Maria Antonietta?

MC: «Davide Toffolo, senza dubbio. E poi Mirko Bertuccioli dei Camillas: all’uscita da scuola, andavo con le mie amiche a comprare i dischi nel suo negozio ogni sabato. Ci dava delle schede da timbrare: ogni 20 timbri, ci regalava un disco. Noi ovviamente truffavamo sui timbri e lui, che period piuttosto avido, si arrabbiava moltissimo. Aspettare di andare a comprare i dischi, persino rubarli, mi ha cambiato la vita».

La vita è bella o no?

Entrambi, in coro: «Certo che sì, accipicchia se lo è».

Lo è in sé oppure siete voi artisti che ci ricamate sopra per convincerci?

MA: «Non penso sia possibile distinguere tra realtà e costruzione umana, e ho il sospetto che la costruzione umana sia più corposa della realtà, detto questo: importa? Io penso di no. La vita è bella, sia che lo sia in sé, sia che lo sia perché l’ho imparato sui libri e me lo hanno insegnato. E quando vedo le persone che, in questa vita, non ci stanno bene, non riescono proprio a starci, penso che mi dispiace molto e mi sento più fortunata, forse anche più furba di loro».

C: «Mi è venuto in mente il suicidio di Monicelli. Secondo me lui si uccise per curiosità, perché aveva due strade: o restare a letto chissà per quanto, da vecchio, advert aspettare di morire, oppure fare un colpo di teatro, per quanto doloroso, molto spavaldo. Ha sfidato Dio, la sacralità della vita, l’thought che non possiamo essere noi a decidere quando la vita vale ancora la pena e quando no. Io credo si sia divertito».

Non vi mette a disagio suonare sul palco del competition della leggerezza e del divertimento, in un momento tetro e preoccupante come questo?

MA: «La musica per me non è intrattenimento, ma ha dentro molte cose tra cui anche l’intrattenimento. Noi suoniamo canzoni che cercano di smuovere, dentro chi le ascolta, un’emozione. E le emozioni sono politiche: le proviamo tutti. Ma credo che ogni canzone lo faccia: ogni canzone riguarda, o cerca di riguardare tutti. E la musica non ha bisogno necessariamente di lanciare messaggi per essere politica, o per riportarci nel mondo fuori, farci ricordare cosa succede, farci sentire partecipi del dolore degli altri: la musica, tutte queste cose, le fa emozionandoci. Sono le emozioni che ci cambiano, e ci fanno agire».

Come avete conquistato Conti?

MA: «Ha capito subito il nostro progetto. Ha apprezzato che non siamo una coppia che canta canzoni d’amore».

Cosa rispondete a chi vi cube che siete i nuovi Coma Cose?

C:«Che se proprio devono fare un paragone, ci sentiremmo meglio descritti da quello con Casa Vianello».

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