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Tuesday, March 10, 2026

Una sola guerra e tante scommesse


Le borse crollano, il Brent supera gli 80 dollari, Hormuz diventa un imbuto energetico, Merz vola a Washington in piena emergenza strategica. Non sono episodi isolati ma i segnali di una guerra che ha già superato la dimensione regionale ed è ormai sistemica.

Il punto di svolta è stata l’uccisione di Khamenei. Fino a quel momento l’operazione period una campagna di deterrenza militare. Da lì è diventato chiaro che l’obiettivo fosse la caduta del regime. Nella Repubblica Islamica la Guida è il fulcro della legittimazione teologico-statale: il giurista supremo che governa in nome del dodicesimo Imam destinato a tornare alla advantageous dei tempi. La Guida è quindi il punto di fusione tra autorità religiosa e potere politico: la sua legittimazione deriva non dal popolo ma, in ultima istanza, da Dio. Eliminarla significa colpire il fondamento stesso del regime. Da quel momento per Teheran la lotta diventa esistenziale e coincide con la sopravvivenza del sistema e con l’allargamento deliberato del conflitto al Golfo per colpire energia, rotte marittime, hub finanziari e logistici. Nel Golfo si concentrano le basi americane, passa un quinto del petrolio mondiale e si regge l’architettura della stabilità regionale. Se il Golfo diventa instabile la crisi diviene sistemica ed è esattamente ciò che Teheran cerca: trasformare i paesi dell’space in mediatori coatti. Se la loro sicurezza vacilla, la pressione per fermare la guerra cresce. Teheran sa inoltre che la vera vulnerabilità americana non è militare ma politica: consenso fragile, elezioni vicine e base divisa. In una guerra di logoramento il tempo diventa un’arma.

Dall’altra parte non esiste una strategia unica. Stati Uniti e Israele condividono un obiettivo tattico — colpire rapidamente l’Iran — ma divergono sul advantageous ultimo. Per Israele la questione è esistenziale: il regime resta una minaccia e occorre quindi neutralizzarlo definitivamente. E consolidare una supremazia regionale. Per Washington la logica è diversa: operazione breve, senza occupazione, senza il rischio di impantanarsi. È la strategia “bomb and hope”: colpire, degradare e uscire prima che i costi politici esplodano. I “boots on the bottom” evocati sono soprattutto deterrenza comunicativa.

Questa divergenza è decisiva. Una guerra breve favorisce Washington. Una guerra strutturale favorisce Israele. Una guerra lunga penalizza il Golfo. La tensione tra questi tre vettori è la variabile nascosta del conflitto.

In parallelo, Washington guarda alla dimensione globale. Una quota rilevante delle esportazioni petrolifere iraniane finisce in Cina. Se quei flussi vengono tagliati, insieme alla pressione sul petrolio russo e venezuelano, ciò restringe il margine negoziale della Cina sul piano energetico proprio mentre si intensifica la competizione per terre uncommon e tecnologie strategiche.

La guerra contro l’Iran non è dunque solo mediorientale: è un capitolo della competizione USA-Cina. Pechino protesta ma incassa. Non può proteggere militarmente Teheran e non romperà con Washington per l’Iran. Per Xi il file decisivo resta Taiwan e la stabilità del rapporto economico con gli Stati Uniti.

La Russia non interviene ma beneficia. Prezzi più alti di gasoline e petrolio finanziano l’economia di guerra. L’Ucraina scivola in secondo piano. Mosca non salva il companion -dopo il Venezuela vede cadere un altro alleato- ma capitalizza la crisi.

E mentre l’attenzione strategica mondiale si concentra sull’Iran, anche il file palestinese scivola ai margini: Gaza e soprattutto la Cisgiordania continuano a deteriorarsi sotto il rumore geopolitico di una guerra più grande.

L’Europa è l’attore vulnerabile. Esposta al Golfo per le sue importazioni energetiche, teme soprattutto uno shock sistemico sulle rotte commerciali. Macron lo ha detto esplicitamente: se Hormuz si blocca, la crisi smette di essere regionale e diventa globale. La visita di Merz a Washington cube il resto: comprendere la logica strategica dell’operazione americana ma cercare di influenzarne l’esito prima che l’escalation travolga l’economia europea. Si tratta del tentativo europeo di rientrare nella definizione dell’assetto del dopoguerra prima che l’escalation produca costi energetici e finanziari difficili da sostenere.

Resta il punto più delicato. Un Iran frammentato sarebbe una fonte permanente di instabilità: milizie non controllabili, traffici sulle rotte, shock energetici strutturali, radicalizzazione transnazionale. Il regime ha legittimità erosa ma controlla le armi. La variabile decisiva è la coesione dei corpi armati. Finché IRGC e apparati restano compatti il collasso è improbabile; se si fratturano può essere improvviso e caotico.

Questa guerra si regge su alcune scommesse: l’Iran sulla resistenza e sull’aumento dei costi globali; Israele su una finestra storica per eliminare la minaccia; gli USA su un colpo rapido senza impantanamento; il Golfo sulla possibilità di recuperare stabilità. Il problema è che queste scommesse non sono compatibili nel medio periodo.

“Epic Fury” è una dimostrazione di forza. Ma se mira a distruggere un equilibrio senza costruirne uno nuovo rischia di diventare “Epic Gamble”.

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